Suez
Suez
Sono nato e vissuto in Italia. I miei riferimenti sono stati sempre – senza che me ne rendessi conto – nel Mediterraneo.
Un Mediterraneo europeo, che si estende con le sue terre fino ai paesi del Nord; un Mediterraneo asiatico, di fatto assolutamente presente; un Mediterraneo africano.
Un Mediterraneo come una culla che mi ha contenuto, in cui mi sento spiritualmente inserito e che mi dà “le misure”.
Al di fuori: la mancanza di dimensione; i confini che non ci sono (dove finisce cosa …), l’impossibilità di percepire sulla pelle le misure e di trattenere in sé il senso degli spazi, sconfinati appunto.
Come quando, davanti ad una spiaggia di Colombo in Sri Lanka la mente non riusciva a prendere le misure sul fatto che, guardando da lì, la prima terra emersa sarebbe stata niente meno che l’Antartide.
Così, imboccando il canale pensavo di “uscire in strada” , di andare all’aperto, di accedere ad un nuovo mondo inconoscibile.
Ma il canale si allarga e determina il suo senso – la sua fine – in un golfo. A Suez.
E’ lì che si insedia la città che da il nome al canale ed è lì che si trova lo Yacht Club dove siamo ormeggiati.
Il posto non è male, c’è anche una pergola con tavolini e seggiole per chiacchierare e qualche servizio igienico per riuscire a fare, in qualche modo, una doccia calda.
Intanto vedi sfilare davanti a te, per tutta la notte, grossi container con i proiettori accesi che si infilano nel canale come dei mostri.
Si infilano, appunto.
La percezione della realtà è di colpo rivoltata .. come si fa per un calzino.
Le dimensioni, seppure sconfinate, sono qua e da qui guardi il Mediterraneo, dentro cui potresti entrare, come fanno le grosse navi, infilandoti dentro … al calzino.
Credo che quando tornerò con El Safir verso il Mediterraneo, entrando nel canale di Suez potrò sentirmi come già arrivato a casa.
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Cambio di equipaggio: sbarcano Paola e Guglielmo che tornano a casa e si imbarca invece Maria Teresa.
Di mattina torniamo quindi a Il Cairo con un’auto e, in attesa dell’aereo, facciamo un po’ i turisti alle piramidi di Giza.
La visita è certamente interessante ed a dorso dei cammelli i miei amici beccheggiano proprio come se in barca provassi a tenere un’andatura di bolina a 30 nodi.
Vorremmo levare gli ormeggi prima di notte ma El Safir vuole metterci alla prova.
Il branchetto di scarico del generatore di corrente si è sfondato e bisogna ripararlo.
Trovare dentro Suez un saldatore che ricostruisca l’alluminio mancante e di un tornitore che ridia forma al pezzo è stato possibile grazie a Karkar, un simpatico tuttofare del porto che nel frattempo ci stava caricando a bordo una ventina di taniche di gasolio per il rifornimento.
La città è quella non apparente., quella fatta di gente che lavora fino alle 11,00 di sera in quartieri polverosi – con l’aria densa di veleni che ti prendono alla gola – riparando tra olio e immondizia, ogni pezzo di ferro arrugginito.
Unica distrazione è un tè caldo ogni tanto – bevuto su una sedia barcollante e con lo schienale trattenuto da cordini – che un ragazzino dalla faccia sporca di grasso si incarica di portare a chi lavora, su piccoli vassoi di stagno.
Alla fine il lavoro è perfetto, molto migliore di quanto avremmo potuto sperare, in tempo per essere rimontato nella notte e per ripartire il giorno successivo.
Con Karkar c’è stato un ottimo rapporto. Anche più che con Said.
In genere la gente di qui è molto gentile e socievole ma poi ti chiede sempre qualcosa e tu pensi che la loro gentilezza sia collegata ad una motivazione d’interesse.
Karkar non è stato particolarmente “affettato” e non si è fatto scrupolo di lasciarmi dal meccanico per sbrigare altri suoi impegni, salvo poi mandare il taxi a riprendermi:
alla fine mi ha chiesto anche lui se avevo dei regalini: magliette, occhiali, ecc.
Da quello che mi ha chiesto e quando ho visto come si è comportato Kito, lo skipper di uno dei catamarani, più esperto di me, ho capito alcune cose.
Queste richieste non sono un modo di avere una mancia o un tentativo di guadagnare per forza qualcosa in più oltre al servizio già pagato.
E’ più un modo di ottimizzare l’uso di cose ed indumenti che non vengono più utilizzati. Uno scambio.
A bordo delle barche c’è sempre, in effetti, una miriade di cose non più utili, e Karkar lo sa. Lui invece può utilizzarle ancora.
Kito gli ha dato alcune magliette usate, un paio di stivali da vela, un maglione, due paia di scarpe e Karkar li ha accettati e messi lì, in attesa di verificare quali fossero stati utili per se stesso e quali per altri.
Sono ritornato in barca e ho cercato tutto quello che potevo dargli, gli ho regalato la maglietta che avevo addosso con il logo della nostra vecchia “Compagnia dell’Avventura” e gli ho chiesto cosa gli serviva … per la prossima volta che fossi passato.
Stanotte ho dormito molto bene.
E non solo perchè la barca era ferma in porto.
Marco
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