Sconosciuto in mare
Sconosciuto in mare
Sto attraversando la barriera corallina e non posso neanche vederla.
Mannaggia a questo trasferimento, così lungo che non ci consente fermate per capire dove siamo.
Questo mar Rosso è ancora troppo … sconosciuto.
La costa sudanese è tutta orlata di reefs impenetrabili, ma ogni tanto si aprono degli squarci, si formano delle marse dove sarebbe bello avventurarsi.
Alcune sono profonde come fiordi, anche alcune miglia, e promettono sorprendenti, affascinanti scenari.
A sud di port Sudan, all’interno di un canale molto ramificato, c’è la città di Suakin; pare sia molto graziosa e anche Kito pensava di farci una sosta.
Ho letto poi dal libro di Carlo Auriemma che ci sarebbe nei paraggi un’antica città scomparsa dal fascino insuperabile.
Solo che adesso non posso fermarmi
Prometto a me stesso di esplorare tutto più approfonditamente a maggio, durante il viaggio di ritorno.
Adesso sono all’andata, alla mia prima esperienza, e devo garantire la massima sicurezza e ridurre al minimo gli imprevisti. Sto “registrando” tutte le conoscenze di navigazione e di pratiche burocratiche e potrò muovermi molto più agevolmente, come a casa, la prossima volta.
Forse è per questo che il mar Rosso non mi ha ancora “preso” completamente.
Il colore del mare in Mediterraneo non è meno bello e in questo momento ho nostalgia dei porticcioli della Grecia o della Sicilia meridionale.
Mi piace ripensare al calore dell’ospitalità mediterranea, alle architetture della nostra storia, al piacere di sbarcare dove le persone hanno le tue stesse abitudini e tradizioni, dove ti capisci con tale naturalezza che non serve neanche parlare.
…
Con il giorno che sorge completiamo finalmente il corridoio della barriera corallina ed usciamo in mare aperto.
Siamo ormai in territorio eritreo e la costa piega decisamente verso sud.
E poi si alza un forte vento da sud-est e ci toglie ogni dubbio su quello che ci aspetta.
Il mare si gonfia e spumeggiando si infrange sulla prua della barca, che si impenna per tuffarsi meglio nelle onde. L’acqua lava la coperta ed ogni tanto un’ondata scroscia fin sui vetri della cabina.
Per alcuni secondi la visibilità è a zero, fino a che l’acqua non defluisce …
Navighiamo con la sola randa a tela ridotta e un motore: ci consente maggiore stabilità ma ci obbliga anche ad una direzione obliqua rispetto alla nostra rotta.
Prendiamo il vento e le onde “al mascone”, cioè da tre quarti, un’ora verso il largo e l’ora dopo, con una virata, verso terra.
Dovremo fare molte più miglia per raggiungere Massawa, ma non abbiamo altra scelta.
El Safir si comporta però molto bene e dà tutta l’impressione della sua robustezza e della tenuta del mare.
Al tempo stessa è morbida quando penetra le onde e non avvertiamo quegli “schiaffi” che spesso si prendono con imbarcazioni troppo leggere…
Va avanti così per tutta la giornata e quindi alla fine siamo molto stanchi.
Anche i ritmi di vita sono sballati.
Maria Teresa è rimasta quasi sempre distesa in cabina.
E per non rischiare il mal di mare, non ha mangiato, non so più da quanto tempo.
Noi invece ci siamo arrangiati senza cucinare. Ogni tanto qualcuno scendeva e, puntato con mani e piedi sui lati della cucina, apriva il frigo e mangiava quello che trovava: un pezzo di formaggio, una scatola di ceci, della frutta …
A notte fonda finalmente il vento cala e pian piano anche le onde si affievoliscono.
El Safir, felice, riprende la sua andatura leggera, di piccolo trotto.
I muscoli stanchi si rilassano ed è difficile tenere gli occhi aperti davanti allo schermo ipnotico del radar.
Alle otto del mattino entriamo nel grande porto di Massawa.
…
Marco
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