Nel golfo di Tajioura
Nel golfo di Tajioura
Proprio a partire da Gibuti il mare si addentra per molte miglia all’interno del continente africano, verso ovest.
Un golfo apre la sua bocca al monsone dell’est.
Navighiamo piacevolmente nel golfo, dove il mare non si alza praticamente mai, veleggiando sospinti da venti di poppa.
Il ritorno sarà un’occasione per spingersi a vela anche sulla sponda nord, raggiungendo le bianchissime spiagge di Tajioura.
Oppure, rimanendo sulla costa sud del golfo, faremo rientro a Gibuti, intervallando piacevoli tappe, ad una riposante andatura a motore.
Il golfo, prima di concludersi, confluisce in un mare interno chiamato Goubet attraverso uno stretto passaggio, dove la corrente marina – in entrata o in uscita a seconda dell’ora – genera un vero e proprio fiume, che dovremo “cavalcare” a bordo de El Safir.
Dovremo superarlo a motori accesi.
Piccole ondine, ma molto ravvicinate e veloci, contrasteranno con forza il movimento della barca e dovremo per questo accelerare; oppure attraverseremo “la passe” quasi a folle, sospinti dalla corrente stessa.
All’uscita della strettoia in corrente, l’acqua – in forza dentro il canale – si espande e, prima di riappacificarsi completamente, crea alcuni grossi mulinelli in cui dovremo entrare. Sospingeranno la prua della barca prima verso un lato e poi, agendo invece sulla poppa, faranno ruotare lo scafo in senso opposto.
Qui dovremo usare il timone – reso leggero e meno sensibile proprio a causa dei mulinelli – come una girandola per annullare lo sbandamento della barca.
Abituata un po’ la mano, la gara con i mulinelli si fa gioco di equilibrio e sensibilità e diventa nuovo divertimento al timone.
E’ un po’ come quando abbiamo attraversato lo stretto di Messina, ma qui la corrente è ancora più forte.
…
Il primo avvistamento di uno squalo balena avviene già il primo giorno, quando uno di questi, curioso e bonaccione, si fa fin sotto il Boreas, dove ci siamo allegramente riuniti per una colazione.
E’ tutto un armeggiare frenetico di pinne e maschere; qualcuno, nell’eccitazione dimentica di prendere la videocamera, che aveva portato apposta con sè. Siamo subito in acqua e ci avviciniamo con delicatezza. Non bisogna toccarlo perchè si potrebbe allontanare.
Ma è lui che invece si avvicina subito a me.
Buffa creatura !
Mi viene incontro molto lentamente e, a pochi centimetri dal mio viso, sembra volermi sfidare a farmi spostare.
Ha vinto.
Quando mi ha superato, ancora curioso, con un movimento quasi in rallentatore si gira e, inclinato come un aereo in virata, torna verso di me.
Così ho modo di osservarlo bene.
E’ un esemplare giovane, sarà lungo solo (!) sei metri.
Il suo testone grosso si affusola progressivamente e senza soluzione di continuità verso la coda, che arriva ad essere proporzionalmente fina e slanciata. La pinna caudale – una lancia – è lunga e si propaga verso l’alto, uscendo facilmente dall’acqua mentre l’animale nuota.
Il suo corpo è di un verdone-grigio scuro ed è completamente tappezzato di macchie gialle rotonde disposte, allineate regolarmente, su tutta la superficie. Sono come bottoni, me lo fanno assomigliare ad un saggio e cortese maggiordomo.
Oppure potrebbe essere, con la sua pelle spessa e nervata, una macchina infernale inventata da Jules Verne, tutta in lamiera metallica ripiegata, maldestramente imitante un pesce, completamente “rivettata” in giallo.
Anche la sua bocca concorre infatti a questa immagine di lui. E’ talmente larga e sproporzionata – ricordate la rana dalla bocca larga della barzelletta? L’ho sempre immaginata così! – che occupa tutto il muso e nasconde, visto di fronte, perfino gli occhi.
Quando gli sei davanti, questa sua bocca – senza denti, che potrebbe però contenere tutta la tua testa – ti può incutere timore.
Invece lo squalo balena usa la sua grande bocca come un’idrovora, per risucchiare grandi quantità di acqua e ingurgitare, filtrandola, quanto più plancton possibile mentre risoffia fuori dalle grosse branchie, come con un respiro, l’acqua inalata. Si ciba solo di minuscoli plancton.
E’ certo.
Ne devi essere assolutamente convinto quando gli sei di fronte !
Nel corso della crociera ne vedremo spesso degli altri, anche più grandi, in gruppi di 5 o 6 esemplari.
…
Le immersioni sulla barriera corallina creano molto entusiasmo, anche tra gli esperti sommozzatori, perchè i fondali sono ricchi di formazioni e di fauna assolutamente “fantasiose”.
La natura qui ha avuto modo di giocare e divertirsi un po’ con le forme ed i colori più strani.
Ombrelli di corallo di forma sempre diversa, pesci pagliaccio placidamente appoggiati su anemoni di ogni colore, austeri pesci chirurgo, dentici rossi ed ombrine tropicali, pesci balestra blu, variopinte ballerine spagnole e spiritose cernie picchiettate.
Ma anche grandi conchiglie di ogni genere e forma.
Sono sorprese di cui possiamo godere mentre, risalendo, ci trastulliamo in attesa dei tempi di decompressione. Abbiamo incrociato anche una placida tartaruga.
Meraviglie di questo genere si trovano però in fondali anche molto ridotti e si possono apprezzare anche solo con pinne e maschera e, magari … con il sedere fuor d’acqua.
…
Nella parte finale del Goubet ci ormeggiamo a ridosso della “Grande isola del Diavolo”. Una montagna di una forma circolare così precisa da essere facilmente riconoscibile – ho notato – anche dall’aereo.
Assomiglia ad un panettone, proprio come quelli bassi della Bauli, con la parte superiore lievitata che trabocca e si riversa sulla costa bassa, erosa dal mare.
Dietro di noi il mare finisce ed è il posto migliore per prevedere un’escursione a terra. Un pulmino ci ha raggiunto da Gibuti e Daniel, in veste – appropriata e professionale – di nostra guida, è sulla spiaggia che ci manda cenni accoglienti.
Andremo a visitare il grande lago salato.
Si trova a qualche chilometro da qui ed è a 137 mt sotto il livello del mare.
Scendendo, lo spettacolo è incredibile ed abbacinante.
Sotto il sole splende il sale cristallizzato sulle rive ed in trasparenza, dove l’acqua è più bassa.
Il paesaggio è unico ed inimmaginabile; ogni descrizione impoverirebbe le sensazioni che stiamo tutti provando.
Dopo aver passeggiato stupefatti sulla distesa di sale, scattato fotografie – intenti ad osservare da vicino il disegno minuzioso ed affascinante delle formazioni cristalline – facciamo il bagno nelle acque del lago. In ogni litro di lago sono disciolti circa 345 millilitri di sali. Solo i restanti due terzi sono di acqua.
E’ questo un esercizio molto divertente; si rimane facilmente a galla e possiamo starci in posizione seduta con le gambe, la testa, braccia e spalle completamente emersi.
A patto però di non immergere il viso sott’acqua, non avere ferite recenti e calzare delle scarpe per non ferirsi i piedi sui cristalli acuminati.
Più in là una sorgente attira la nostra attenzione. L’acqua è verde brillante, molto calda ed in alcuni punti fuma, sul punto di ebollizione.
Siamo in una zona di vulcani e le rocce sono ricche di lava, basalto, ma anche di carbonati, ossidiana e di rocce molto simili alla nostra pietra pomice.
Il territorio è roccioso e desertico e costituisce un’area di eccezionale interesse geologico, essendo la confluenza o, più appropriatamente, la contrapposizione di tre placche oceaniche.
Risalendo, potremo osservare, dall’alto di un canyon che incide profondamente la terra, le diverse faglie che si spingono una sull’altra.
Mentre incrociamo una “carovana del sale” – un lunga fila di cammelli sovraccarichi guidata da due magri uomini che masticano chat – attraversiamo con il pulmino una cesura diagonale sull’asfalto larga molti centimetri.
Non è colpa della impresa che ha realizzato la strada – si affretta a specificare Daniel: siamo “semplicemente” passati dalla placca oceanica asiatica a quella africana.
Siamo in una terra in continuo assestamento e quindi di frequenti movimenti tellurici, ma proprio per questo l’energia è scaricata periodicamente senza provocare danni particolari.
Le montagne si muovono di quasi 2 cm all’anno e Daniel ci illustra gli scenari scientifici futuribili – un po’ angoscianti, devo dire – di una travolgente deriva dei continenti in quest’area.
…
Veleggiamo, ci immergiamo, facciamo bagni ed escursioni a terra.
Bilal e Tareg , i cuochi delle due imbarcazioni, non ci fanno mancare nulla a tavola. I pasti, ricchi di pesce pescato, di verdure e di fantastica frutta esotica, sembrano essere molto apprezzati dagli ospiti.
Questa si che è vita – qualcuno ha il coraggio di esclamare, pacificamente sdraiato su di un materassino prendisole.
Le giornate scorrono, lentamente ma inesorabilmente. Senza accorgecene, siamo già alla fine della settimana.
Ci concediamo un’ultima tappa, prima di rientrare in porto, all’isola di Moucha (da leggere più o meno “Muscia”).
E’ uno splendido gruppo di briciole di terra e di formazioni coralline, in parte sotto il pelo dell’acqua, che forma un intrico di canali e di lagune in cui ci addentriamo con il gommone.
Dove non c’è barriera corallina, il fondale è di sabbia e l’acqua è veramente chiara e trasparente. Da uno stretto canale ci infiliamo all’interno di una laguna ricca di mangrovie. Qualche trigone picchiettato di celeste, prima nascosto nella sabbia, saetta via al nostro arrivo.
Dalla riva mi inoltro tra la vegetazione per scoprire com’è l’isola. Il silenzio è assoluto ma ogni tanto uno sbattito d’ali o il richiamo di qualche uccello mi fa sentire proprio come in un’avventura.
Dove sei, Venerdì?
Attraverso questa che si rivela una stretta lingua di terra, mi ritrovo su di un’altra laguna a forma di conchiglia. Aironi bianchi e grigi, immobili nell’acqua ed incuranti della mia presenza, aspettano probabilmente di veder transitare il loro pranzo.
Mi distendo sulla spiaggia e osservo senza “guardare” . Non mi aspetto che succeda qualcosa.
Anzi è proprio questa stasi che mi incuriosisce: il pensiero che tutto qui possa rimanere sempre così, apparentemente immobile nel tempo – ore, giorni, anni – scandito dai flussi di marea, ed animato solo da un incessante lavorìo, invisibile, di piccoli pesci dal colore diafano, sotto il pelo dell’acqua.
Sono questi i luoghi ritratti nelle locandine patinate esposte sulle vetrine delle agenzie turistiche?
…
Rientriamo che il gommone è già quasi in secca ed una piacevole veleggiata ci riporta poi, fin dentro il porto di Gibuti.
La vacanza dei miei ospiti si conclude qui e un aereo li riporterà in Italia attraverso l’Etiopia.
Lo scalo ad Addis Abeba potrà essere occasione, se gli orari lo consentono, di un’ultima piacevole visita a questa interessante città, ricca di storia e di tradizioni.
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Marco
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