il golfo a “rotoloni”
il golfo a “rotoloni”
Il sole è ancora nascosto – forse è dietro il container che sta passando – quando molliamo gli ormeggi.
Se non fosse che per uscire dal porto in sicurezza non ci sarebbe neanche bisogno di accendere il motore: una bella brezza di vento spira dietro di noi. Leggera, ma si fa sentire.
Abbiamo veramente lasciato il Mediterraneo addormentato?
Forse da ora potremo veleggiare nel silenzio dei motori con un piacevole vento alle spalle. Non resistiamo un minuto di più e issiamo un colorato MPS che si gonfia a prua della barca. Quasi uno spinnaker.
El Safir ha come un ruggito: si impenna, fa friggere l’acqua sotto di sé prima di scaricarla da poppa e si mette di fianco, come per guardare meglio il punto lontano dove mirare. Il golfo è ancora stretto e osservando la rotta delle grandi navi ci teniamo sul bordo più esterno del canale. Non si sa mai …
L’entusiasmo a bordo è palpabile ed è pari solo alla fatica per tenere la vela in assetto. Dopo un po’ bisogna già cominciare a pensare di toglierla: non reggerebbe al vento che man mano rinforza.
Ci guardiamo indietro.
I catamarani amici, più dormiglioni di noi, non spuntano all’orizzonte. Kito, più tardi, per radio, mi dirà, che la serata l’hanno conclusa con quattro bottiglie di rhum.
Beh, certamente saranno stati in molti … O almeno lo spero.
Ma i catamarani sono più veloci e presto ci raggiungeranno.
E’ proprio l’ora di togliere la vela di prua, ma c’è un “inghippo”:
la scotta di sottovento si è incastrata (incattivita, in gergo nautico) nella pastecca – si chiama così, ma è una carrucola – e non si molla.
Non possiamo togliere il vento che preme su 200 mq di vela e mentre lavoriamo la barca è sempre più sforzata. Laschiamo (allentiamo) tutto: le scotte sbattono e frustano violentemente l’aria e tutto quello che trovano, anche noi che corriamo da prua a poppa con le braccia a riparare la testa.
L’unica cosa da fare è far scendere la vela dall’alto e lasciare che il vento la sormonti. Ora siamo fermi, è tornata la calma, ma abbiamo la vela in acqua e probabilmente ci avvolge la chiglia.
Liberata la pastecca con le scotte lente, iniziamo a tirare a bordo la vela ed è una fatica immane. E’ come un sacco che contiene ettolitri d’acqua e bisogna farla rotolare fintanto che non trova la sua via d’uscita.
Roberto è molto bravo a riportare la calma dopo l’agitazione del momento: piano, piano – dice – dobbiamo fare piano e dare tempo all’acqua di uscire. Mi sono fermato a guardarlo, come misurandolo, e l’ho apprezzato.
In mezz’ora siamo di nuovo in navigazione con randa, yankee e tormentina spiegate (sono le vele “normali”, quelle bianche e robuste) e le possiamo disporre a farfalla.
Questa andatura non è meno divertente e, con il vento che rinforza, percorriamo il golfo fino ad Hurgada tutta la giornata e la notte “a rotoloni”.
Oppure, come scherzavamo questa estate con le “tremendine”, incrociamo le navi “in rotta di collo”.
Illuminato dal tramonto, scorgo il Sinai, imponente e mistico e penso che proprio in quel momento stiamo attraversando la striscia di mare che Mosè aveva fatto aprire per il passaggio degli ebrei.
Speriamo che gli ebrei possano trovare un’altra strada (beh, speriamolo davvero) e che non tornino indietro proprio adesso …
Lontano da Suez, il mare è formato e grosse onde dietro di noi, più altre dei nostri occhi, vengono a fare solletico alla poppa del El Safir prima di sollevarla e passarci sotto.
Passeranno tutte sotto o qualcuna vorrà fare la birichina?
Me lo chiedo ogni volta che siavvicina uno di questi “mostri marini”, ma la barca è pesante, stabile, ed il pilota automatico è un mulo che non si lascia impensierire.
El Safir sale sull’onda, la sfida elegantemente con un inchino e poi ogni volta si mette a correre; ma il mare vince sempre e l’onda sfila via, davanti a noi, lasciandoci nella schiuma bianca.
Al tramonto quattro lucine di testa d’albero annunciano che i nostri amici in catamarano ci stanno raggiungendo ma è notte fonda ed è buio pesto, senza un briciolo di luna, quando ci superano.
Si vedono solo le loro lucine dondolanti in mare in mezzo a quelle delle grosse navi e delle boe. Bisogna fidarsi di quello che vede il radar ed andare dove dice il GPS.
Lentamente ma inesorabilmente i catamarani ci passano: uno da destra, gli altri da sinistra. Con Kito chiacchieriamo e scherziamo alla radio.
Nel buio sconfinato e in balia della “forza degli elementi” (così si leggeva nei libri di scuola, ai miei tempi!!) una voce amica ti dà una serenità ed un senso di casa che ti mette in pace. Alzo il volume dell’altoparlante per far godere di questa sensazione anche i compagni di bordo e farli partecipare alle battute scherzose.
Oggi abbiamo il telefono satellitare, quando funziona!, la possibilità di collegarci in rete e scambiare email, ma come si sentivano, un volta, ad affrontare l’oceano collegati al mondo da una semplice radio?
Immagino che i navigatori amassero fare lunghe chiacchierate con i radiotelegrafisti delle navi che incrociavano …
Portati dal vento, nella notte che scorre, arrivano ogni tanto dei “suoni francesi”.
E’ la voce degli amici ormai lontani che si scambiano informazioni sulle vele da usare o sull’andatura da tenere:
<< ... passa di qua, segui la mia rotta, non l'hai vista la secca sulla carta?
Si ma ci passo sopra, ci sono venti metri d'acqua sotto ... >>
A bien tout, mercì, ourevoire …
All’alba usciamo dal golfo di Suez e all’altezza di Hurgada la brezza si placa quasi di colpo: siamo in pieno mar Rosso ma il “sogno di vento” finisce qui.
Acceso il motore, torniamo ai movimenti usati.
La randa, ancora su, ondeggia svogliata.
Il mare è cristallino.
Getto una lenza da poppa e mi metto a pescare.
Marco
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