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Gibuti

Gibuti


djibouti flagSiamo a Gibuti. Ho portato El Safir fin quaggiù per effettuare crociere nel golfo.
Qui infatti, oltre alla bellezza del mare, dei fondali e della barriera corallina c’è la posibilità, abbastanza rara, di avvistare e di nuotare con gli squali balena.

Questi enormi bestioni, assolutamente pacifici, stazionano qui, prima della migrazione di febbraio, poichè le acque di Gibuti sono ricche di plancton, il loro nutrimento preferito.
Sono animali molto mansueti e si lasciano avvicinare volentieri. Sono quindi uno spettacolo veramente avvincente per gli appassionati sommozzatori ma anche per semplici neofiti dello snorkeling che, con pinne e maschera, riescono facilmente a nuotare sul pelo dell’acqua insieme a questi simpatici quanto strani animali di 8 – 10 metri.

Prima che arrivino i primi ospiti io e Gianni abbiamo una settimana di tempo per allestire la barca.
Gianni non è ripartito con gli altri e rimane a bordo: mi sostituirà come comandante di El Safir quando io tornerò in Italia.

Togliere la polvere nelle cabine, lavare il sale incrostato all’esterno fino a quando il teck della coperta non ritorna liscio e gradevole, pulire i frigoriferi , fare i tagliandi ai motori, controllare e ricucire le vele, stringere le viti allentate.
Questa è la manutenzione minima.

Oltre a tutto questo, una serie di allestimenti e modifiche sono necessari per ospitare a bordo persone appassionate di immersioni.
A seguito dei nostri febbrili lavori l’aspetto de El Safir appare mutato, quasi dovessimo mascherare una barca rubata.

Tolta la tormentina, abbiamo fissato sul ponte di prua alcuni tiranti dove appendere le mute e le apparecchiature da fare asciugare dopo le immersioni.
Una serie di cassettine sono allineate a prua allo scopo di contenere le attrezzature personali di ogni sommozzatore; una doccetta di acqua dolce in più sulla coperta, creata mediante un collegamento all’impianto del bagno-equipaggio, servirà per lavarle.
Le bombole da sub sono legate sulla tuga, sotto il boma, e si vedono ora tutte in fila, coricate una accanto all’altra.
Per gli spostamenti veloci nelle baie da visitare Maurizio mi ha messo a disposizione un grosso gommone che ora è legato dietro la poppa della barca e, come un fedele cagnolone , ci segue scodinzolante.

Ma la cosa più impressionante è il compressore per la ricarica delle bombole : “Macchina infernale” di cinghie e pulegge, tubi e motori, sfiati ed alchemici raccordi – troneggia ora accanto alla base dell’albero della vela, quasi a competere con questo in fatto di importanza a bordo.
La sua presenza sarà ancora più “importante” quando entrerà in funzione con il suo incessante scoppiettìo.

Vado in giro per Gibuti a comprare i pezzi che mi occorrono tra improbabili negozi di ferramenta – quincaillerie – e supermercati. Sto anche visitando alcune agenzie turistiche per promuovere le nostre crociere con i turisti locali.

Se in un primo momento mi son fatto aiutare da Daniel per muovermi nella città, ora sono invece determinato a sbrigarmela il più possibile da solo.
Credo sia il modo migliore per entrare in contatto con le persone e per capire di più del posto in cui sbarchi.

Certo non passerò per uno di Gibuti, ma voglio uscire da quella modalità da turista in cui c’è sempre qualcuno in grado di soddisfare ogni tua esigenza, lasciandoti così all’oscuro dei meccanismi e dei modi di vivere locali.

Da quando viaggio ho sempre cercato di evitare di essere solo turista, magari avendo uno scopo diverso per essere nei luoghi, come quando ho lavorato con la cooperazione internazionale dopo la guerra nei balcani o alla ricostruzione post-tsunami.

Ho il mio tassista preferito, che cerco anche se qualcun altro è già lì, pronto. Si chiama Alì, parla solo francese, che invece io non conosco, e quindi i nostri discorsi a gesti e a singole parole gettate lì, in parte in francese, inglese o anche in arabo, riguardano per lo più sempre gli stessi argomenti.
Quando lo apostrofo, con finta ma beffarda serietà, Ali Baba (senza accento sulla a) si fà delle matte risate e non so se abbia ancora capito i miei riferimenti al tappeto volante per condurmi in fretta dove devo andare.
Poi c’è l’impiegata della banca dove cambio i soldi che ormai non mi chiede più di esibirle il passaporto.

Ho invece da fare slalom attraverso tutti i ragazzi che, in porto, mi chiedono sempre monete per servizi da loro presunti nel tenermi sotto controllo l’El Safir (ho il sospetto che gli unici da tenere sotto controllo siano proprio loro stessi). Alle volte cercano di aiutarmi per cose che faccio bene da solo, come ormeggiare il gommone o portare il borsone, per poi essere pagati.

E’ una situazione difficile:non voglio scontentarli ogni volta, sia perchè mi muovono un po’ di compassione, sia perchè temo che possano farmi dei dispetti alla barca.
Ma non posso abituarli a dar loro sempre dei soldi quando me li chiedono: sono incontentabili e ne vorrebbero sempre di più.

La città di Gibuti ha appena cento anni: E’ stata fondata per la sua posizione strategica quando, nel 1907 il sultanato di Tagioura è stato trasformato, mediante un accordo con la Francia, nello Stato – che ha preso lo stesso nome della nuova città – rimasto coloniale fino a pochi anni fa.
Il territorio nazionale ha una estensione molto contenuta, incastrato com’è tra Somalia, Etiopia ed Eritrea in un’area anche geologicamente molto particolare.
Non ci sono produzioni agricole o manifatturiere di rilievo e la sua unica ricchezza è il porto della città, che svolge un ruolo di enorme importanza nei collegamenti tra le nazioni dell’entroterra africano ed i paesi più orientali.

La presenza di militari e civili francesi è ancora molto forte e non esiste un’etnia di popolazione gibutiana. I cittadini africani provengono dalla Somalia, dall’Eritrea, forse dall’Etiopia e, in molti, arrivano dallo Yemen.
La grande lingua araba – oltre al francese – riesce a mantenerli uniti, ma per il resto la città è divisa in zone, abitate da gruppi di medesima provenienza.

La moneta è il Franco gibutiano.
Il costo della vita è molto più alto rispetto ad altri paesi di questa fascia territoriale e raggiunge quasi la media europea. Il costo della benzina è addirittura più alto che in Italia.

Probabilmente perchè lo Stato di Gibuti, nato sotto la mano francese, ha assunto da subito gli standards di costo occidentali (anche se non di qualità della vita) senza che fosse presente una precedente tradizione locale di mercato. I prezzi quindi sono quelli dell’Europa.

Le architetture non sono particolarmente rilevanti ed anche il periodo coloniale non ha prodotto edifici di un qualche pregio, come è successo invece – lo dico con un pizzico di orgoglio nazionalistico – con le colonie italiane.

Il centro, a maglia ortogonale, ha isolati dotati di portici sui 4 lati , con archi dalle fattezze arabeggianti … modernizzate. Qui vi si trovano locali dalla foggia occidentale: ristoranti più o meno raffinati, pizzerie, pubs, pianobar, supermarkets, ecc.
Ho visto anche un negozio di articoli sportivi perfettamente fornito delle ultime novità e delle attrezzature più sofisticate.
In questi locali la selezione della clientela secondo etnie (occidentali – africani) avviene quasi spontaneamente sulla base del costo dei prodotti.

La sensazione peggiore l’ho provata in un supermarket, accorgendomi che la clientela era solo di occidentali (europei e americani) e scorgendo, tra gli scaffali, prodotti che assurdamente tentano di riproporre la cucina europea, riveduta e resa facilmente praticabile, come le lasagne pronte in barattolo “tipo piselli” o la zuppa di pesce in confezioni brick (le scatole che si usano normalmente per il latte).

Nella piazza centrale, occupata al centro da un giardino recintato dove pascolavano le gazzelle fino a poco fa, troneggia – a fianco del palazzo comunale ed insieme alle maggiori banche – un grosso edificio dalle insegne cubitali del Menelik Hotel, dedicato a quello che è considerato un grande benefattore per Gibuti.

Spostandosi appena fuori dalla zona centrale il “paesaggio” incomincia subito a cambiare.
Kebab, friggitorie all’aperto, negozi di ciabatte e di ricambi per telefonini, sudici posti telefonici, internet points in ambienti anche piccolissimi, dove le persone si affollano incessantemente, forse per arrivare via etere dove non possono andare fisicamente. Vederli dall’esterno lì, stretti spalla a spalla, le facce rivolte verso il muro,fanno pensare a tanta gente in riga che fa un bisognino

Più in là ho trovato una moschea. Un edificio basso senza alcuna riconoscibilità architettonica, quasi un capannone, dal quale uscivano lentamente, ma in gruppi, tantissime persone. Mi sembra di aver visto solo uomini. Probabilmente era finita una preghiera e non so dire se ci sono, nelle regole o nelle abitudini islamiche, funzioni religiose distinte per uomini e donne.
Mi sono avvicinato all’ingresso, togliendomi subito le scarpe. Le persone che mi si sono fatte accanto, sono state gentilissime nell’invitarmi ad entrare, ma quando mi hanno indicato il lavatoio a terra dove ognuno si deve purificare, lavandosi i piedi sotto il rubinetto, non me la sono sentita ed ho declinato l’invito altrettanto gentilmente.
Uno sguardo mi è bastato a scorgere un vasto spazio quasi indiviso, rivestito di maioliche, dove numerosi lampadari dalla foggia estremamente e stranamente semplice, scendevano dal soffitto perfettamente allineati. Uomini ancora in preghiera, genuflessi con la fronte a terra, erano le uniche forme scure su di un pavimento di piastrelle color crema.
Il minareto del muezzin, torre modesta ma dalle fattezze che richiamano la tradizione araba più della moschea stessa, è soprattutto importante perchè è affacciato sulla piazza del mercato.
Finalmente sono nel suk.
Bancarelle e baracche in lamiera espongono bellissima frutta sapientemente impilata nelle ceste, sacchi di colorate sementi e polveri varie.
C’è di tutto: scarpe, tessuti, magliette adidas e t-shirts, orologi e telefonini, venditori di tè, bastoncini di un legno simile al sambuco, da strofinare sui denti a posto dello spazzolino.
Il posto non è quello che si potrebbe definire affascinante, come ad esempio la casbah di Sana’a; ma proprio per questo lo trovo in qualche modo più interessante, non essendo affatto turisticizzato.
La piazza è in terra battuta. Enormi buchi ed avvallamenti obbligano a stare attenti a dove si cammina, anche perchè pozzanghere in cui potresti immergere il piede fino al malleolo, non si sa bene di cosa siano piene.
Pulmini sferragliano, carichi fino all’inverosimile, ed auto tenute in sesto con fil di ferro, orbe almeno di un fanale – che comunque non sarebbe utilizzato – ti starnutiscono accanto, lasciandoti addosso una nube nera e puzzolente.

Abbandonata la piazza abbastanza velocemente, mi addentro in un dedalo di stradine, rese ancora più strette dall’esplosione delle bancarelle all’esterno dei negozi. Qui la situazione è migliore ed alcune vie sono mattonate o asfaltate.
I generi in vendita sono ancora quelli e ci sono molte bancarelle con prodotti per la casa: detersivi, contenitori in plastica i tutti i generi, cordami e terrecotte. La sensazione prevalente è che questo sia un vero mercato per la popolazione locale.

Ogni tanto una piccola baracca dove preparano da mangiare: ho visto specie di spaghetti cucinati che venivano serviti infilzando la mano a mò di benna di grù nel pentolone per fare le pietanze su piatti di plastica usa e getta. Usanze della tradizione e comodità del consumismo moderno convivono in nuovi “stili” di vita!

Ancora tessuti colorati – che donne e uomini rifiniscono con macchine da cucine direttamente sulla strada – e negozi di artigianato e souvenir africani.
A quanto pare, le stoffe provengono tutte dall’Indonesia ed anche gli altri prodotti non sono di fattura locale.

Ho parlato con Daniel dell’argomento ed ho riflettuto su questa affermazione. E’ vero che Gibuti è un territorio così piccolo e non ha produzioni proprie, ma è anche vero che oggetti della tradizione gibutiana non possono esistere perchè questa etnia non esiste.
Trovi oggetti yemeniti – come quelli che avevo visto a Sana’a – forse importati da là o fabbricati qui a Gibuti; alcuni negozi vendono artigianato somalo; in altri puoi trovare materiale della tradizione etiopica.

Sebbene non si possa quindi sperare di trovare qui una tradizione autoctona, penso che il mercato di Gibuti possa non essere completamente globalizzato e questa considerazione mi conforta un po’.

E’ possibile che prima di tornare in Italia riesca anche a comperare un piccolo oggetto per ricordo, magari solo un vasetto somalo in legno.

Con le persone di Gibuti che ho incontrato in questi giorni mi sono trovato bene – gente cordiale e sempre disponibile – sebbene la grande città, anche qui, condizioni i rapporti umani al fare frettoloso quotidiano.
Accanto a edifici lussuosi e a gente che si muove a bordo di grossi e vistosi fuoristrada, ho visto sacche urbane di povertà dove molti, accasciati sugli angoli, aspettano. Probabilmente non sanno neanche loro cosa.

Le persone ti avvicinano, riconoscono quasi sempre che sei italiano ed hanno sempre qualcosa da proporti. Alla volte non riesco a accettare la loro petulanza, ma più spesso mi metto ad ascoltarli ed alla fine sono sempre io a sapere delle loro vite, più di quanto loro comprendano il senso della mia presenza a Gibuti.
C’è sempre un sorriso nascosto – ma disponibile – dietro le rughe dei loro volti e a me fa piacere saperglielo ricambiare.
Sebbene non conosca il francese e non tutti parlino l’inglese, mi sono accorto che la maggiore capacità di comprensione non riguarda il linguaggio parlato o le parole che riesci a capire.
Esiste invece tutta una serie di comportamenti e di gesti – delle mani, del viso ed in genere del corpo – che sono intraducibili e che spiegano molto più delle parole.
Bisogna imparare ad interpretare il messaggio attraverso quelli: se non ci riesci non potrai conoscere mai bene il punto di disponibilità del tuo interlocutore e rimarrai per lui sempre uno straniero.

Sono a Gibuti da pochi giorni… mi sento ancora molto straniero e più cerco di capire …
più mi accorgo che non ho ancora capito un granché.

Marco

Categorie : * Diario di bordo
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