Finalmente a Gibuti
Finalmente a Gibuti
Siamo nel golfo di Gibuti, il mare è calmo e spira un vento gentile.
Non riesco quasi a crederci.
Il ponte de El Safir incomincia ora ad asciugarsi da tutta l’acqua che ha imbarcato. Una patina di sale si svela così su tutta la superficie di teck e rimane attaccata quasi ai candelieri d’acciaio come fosse stallattiti.
Anche la nostra pelle è satura di sale. Ci sentiamo completamente disidratati e continuiamo insistentemente a bere acqua.
Alle prime ore del giorno Gibuti si staglia alla nostra vista con le mille luci del porto industriale.
Sono le 8 in ora locale e, superato l’ultimo isolotto, entriamo.
E’ il 5 novembre 2009 quando terminiamo questo nostro viaggio di trasferimento de El Safir per tutto il Mar Rosso.
Abbiamo impiegato esattamente 29 giorni.
Boreas, Boreas, Boreas, mi sentite?
Maurizio è già in porto e ci sta aspettando.
Le indicazioni sono di ancorare nella rada del Port de Pesche.
Già per radio ci organizziamo per trovare un volo per Maria Teresa e Roberto i quali, secondo me con un po’ di dispiacere, devono tornare in Italia il prima possibile.
Sono fortunati: possono prendere un aereo nel pomeriggio, se solo riusciamo a sbrigare la pratica d’ingresso in dogana.
Non c’è tempo da perdere. Saltati a terra, trovato un taxi, ci dirigiamo insieme a Daniel, il nostro supporter a Gibuti, agli uffici del porto.
Qui tutto sembra complicato, anche per farci entrare ci è richiesta una procedura particolare, ma poi, con un po’ di agitazione per i tempi stretti, riusciamo ad avere il visto d’ingresso e risolvere ogni cosa. Abbiamo, alla fine, anche i biglietti in mano.
La sensazione è che forse era preferibile la navigazione nella tempesta, piuttosto che doversi arrangiare con la burocrazia.
Il relax inizia quando ci concediamo – a Gibuti ! – un gelato italiano veramente buono.
Siamo da Claudio, veneto di Bassano del Grappa che vive con la famiglia in Eritrea ed esercita, sia li che qua, questa attività. Una gelateria ad Asmara ed una qui. Come se niente fosse.
Maria Teresa e Roberto partono. Ci manderanno dei messaggini dall’aeroporto e poi dall’Italia. Tutto bene.
La percezione di essere arrivati, dopo tanti giorni di inseguimento della meta, incomincia a farsi sentire solo ora.
La barca è finalmente immobile, assopita. Non c’è una nuova partenza da programmare.
Tutto sembra congelato: le cose utilizzate in questi giorni, lasciate in giro; il disordine.
Ora, che non bisogna ripartire e che due di noi se ne sono andati, tutto è silenzio a bordo.
Gianni ed io prendiamo stancamente a riordinare. Facciamo ognuno un po’ quello che vuole. Rimaniamo in silenzio mentre lavoriamo.
Forse un senso di vuoto ci assale entrambi.
Ci mettiamo un po’ per abituarci a questa nuova situazione.
Ma “l’avventura” non finisce qui.
—
Marco
Stampa





