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Bab El Mandeb: l’ultima prova

Bab El Mandeb: l’ultima prova


Bab El MandebUsciti dal porto di Massawa abbiamo di fronte a noi un nugolo quasi inestricabile di isole coralline: le Dahlak.

Sono isole bellissime e per lo più disabitate.
Adesso non posso visitarle ma, dopo Gibuti, sono intenzionato a spostare qui El Safir, da febbraio a maggio, per alcune crociere.

Ormai sicuri del fatto nostro, ci infiliamo senza esitazioni nel canale che ci porterà diretti a sud senza passare nel mezzo del mar Rosso.
La notte cala velocemente e bisogna tenere d’occhio i fanali e le mede che ti indicano le secche e le biforcazioni.

Ai turni ci siamo completamente abituati e mentre una persona veglia, tutti gli altri dormono tranquillamente nelle cabine.
Alle volte qualcuno, incurante del turno, rimane in piedi per compagnia e per scambiare due chiacchiere con il compagno in servizio. Oppure, al contrario, sentendosi in forza, prolunga il proprio tempo per consentire maggiore riposo all’altro.

Qui, all’altezza di Massawa, ormai a tre quarti della sua lunghezza, il mar Rosso incomincia a restringersi. Le coste eritrea e yemenita si avvicinano.
Acque e imbarcazioni convergono in uno stretto passaggio, ulteriormente strozzato dalla presenza di un’isola al centro. E’ Bab El Mandeb, la porta del mar Rosso.

Per arrivarci abbiamo ancora 280 miglia.
Per Gibuti invece circa 80 miglia in più.

La corrente marina ci è contraria e prende forza, come passata attraverso un imbuto.
El Safir ha già perso un nodo di velocità.
Ma è all’alba che si leva il vento e rinforza rapidamente. Ci richiama tutti sul ponte.
Regoliamo le vele: Yanchee arrotolato, apriamo la tormentina e la randa, ma con tela ridotta. (si dovrebbe dire che mettiamo i terzaroli).
Le onde si formano dopo poco; modifichiamo anche la rotta per adeguarci al mare.

Peccato, perchè il bordo verso il largo ci riporta quasi verso nord.
Via anche la tormentina, andiamo solo con la randa ridotta. Un motore è in moto per aiutarci a risalire la corrente e non scarrocciare indietro.

Fortunatamente siamo in uscita dal canale ed a parte il primo bordo, superato passando a lambire l’ultimo reef corallino, possiamo manovrare senza più rischi di secche.
Di nuovo El Safir infila il muso tra le onde e dopo ogni beccheggio ci sembra di essere tutti capitan Nemo che con il suo Nautilus riemerge alla superficie.

Siamo al chiuso sottocoperta e possiamo anche controllare le vele dagli oblò a soffitto, ma non regolarle. Ogni tanto bisogna quindi sopportare una doccia di acqua salata dal pozzetto.
Il vento rinforza: 18 nodi reali, poi 25. Alla fine l’anemometro del GPS supererà i 35 nodi.

Avanziamo in rotta molto lentamente. Non c’è un’andatura che ci permetta di navigare a vela verso a sud senza mandarci contro la costa.
A causa dei bordi, se continua così, potremmo impiegare molti giorni più del previsto per arrivare.
E’ già pomeriggio e la strada effettivamente percorsa e davvero poca.

E’ necessario prendere una decisione, anche se non è da “puristi della vela” : giù la vela accendiamo il secondo motore, alziamo il numero di giri, ci mettiamo in rotta disponendoci esattamente contro le onde.

Domande:
A questo regime il gasolio sarà sufficiente per arrivare a destinazione?
Versiamo subito il contenuto delle taniche di riserva nei serbatoi o aspettiamo?
Ci sono porti per effettuare eventuali rifornimenti?
E posti dove fermarsi in caso di ulteriore peggioramento?

La risposta più negativa è a quest’ultima: non ci sono ripari ed il solo porto è ad Assab, ancora in Eritrea.

Ma abbiamo una inaspettata bella sorpresa: El Safir con entrambi i motori in funzione dimostra una incredibile potenza e riesce ad avanzare bucando le onde come un mulo a testa bassa.

In effetti, come già accennato, la barca ha caratteristiche più da motorsailer che da barca prettamente da vela: già il fatto di avere due motori è inusuale ed anche la loro potenza di 100 hp ciascuno è fuori dal comune per questa dimensione.

A bordo ci consideriamo velisti, ma queste considerazioni, fatte in coro da tutti, al momento mi riempie di orgoglio per la mia barca.

L’ altro giorno il vento è calato dopo il tramonto e quindi speriamo che questo si verifichi anche stanotte; a essere sinceri ci contiamo realmente per recuperare un po’ delle forze spese con la continua concentrazione e con il duro lavoro.

Il mare spazza il ponte e tutto quello che c’è sopra. A prua ogni cosa è sbattuta dal vento; si rischia qualche danno …
I parabordi sono legati ognuno per sé alla draglia ma l’elastico che li teneva stretti insieme si è spostato in basso e quelli rollano impazziti ad ogni sussulto: i copri parabordi in tessuto sono tutti scesi e penzolano carichi di acqua e di sale, uno di questi manca, perso chissà dove.

Il gommoncino bianco che usiamo per andare a terra, ora legato gonfio sul ponte, ha le cimette allentate e ad ogni raffica si sposta. Il vento si insinua da sotto e lo solleva.

Le tre ancore sono ben fissate sul pulpito ma è opportuno verificarle.
Bisogna andare a prua a sistemare tutto.
E’ scuro quando Gianni, che ha già indosso la cerata, parte.

Roberto ha sempre imposto la saggia regola di muoversi dal pozzetto – di notte – solo dopo aver avvertito un compagno. Così ora è li che scruta la prua con estrema concentrazione per non perdere di vista Gianni che lavora e che quasi sparisce alla nostra vista negli schizzi vaporizzati del mare.
Non abbiamo portato le cinture di sicurezza e bisogna perciò assicurarsi alla barca con sistemi più rudimentali.

Ma questa notte il vento non accenna a calare: tira sempre a 30 / 35 nodi e, col passare delle ore, fa alzare sempre più il mare sulla nostra prua.
El Safir viaggia a 2,5 /3,0 nodi con i motori a 2100 giri. Meno della metà di quando faremmo con mare calmo.
Ma avanziamo ed il suo procedere è costante senza alcun accenno di crisi. E’ come se battesse il tempo regolarmente ad ogni onda. Ci infonde molta fiducia.

Questa notte non dormirò gran ché, preferisco starmene sul “quadrato” (in gergo marinaro: il salone con il tavolo ed i divanetti attorno) anche fuori dal turno di guardia., per ascoltare la barca ed il mare. Posso starmene comunque in relax, dormicchiare con un occhio solo, magari scrivere qualche pagina di diario ma non me la sento di distendermi in cabina e dormire come se niente fosse.

La notte, i suoi misteri, con le oscurità intrattabili e con le luci, rese quasi incomprensibili dal mare tempestoso, mettono sempre addosso un pò di ansia. Riposerò durante il giorno.

E’ di nuovo l’alba. Il vento teso non allenta.
Questo vento nasce migliaia di miglia lontano. E’ il monsone di nord est e ha attraversato tutto l’oceano indiano prima di piegare attorno al capo di Aden ed infilarsi nello stretto di Bab El Mandeb. Non può sfuggire da altre parti perchè le alte montagne, dello Yemen da una parte e dell’Etiopia-Eritrea dall’altra, lo costringono ad imboccare il mar Rosso, verso nord.
E noi siamo li, che stiamo andando a sud.

Quindi, lui non ci darà tregua. Saremo noi a doverci togliere di mezzo, in qualche modo.

Tre giorni e tre notti impieghiamo a … “toglierci di mezzo”!
Prima dell’alba del quarto, appena doppiato il capo nel tratto di mare più stretto – dove l’Asia e l’Africa si allontanano per lasciarsi accarezzare da altri mari – è lì che, preciso come un orologio, il vento si placa.

Rotta su Gibuti.
Mancano ancora cinquanta miglia, ma per noi è come se fossimo già in porto.

Marco

Categorie : * Diario di bordo
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